Non passava giorno – Cap. 48

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Sofia e Matteo avvisarono i rispettivi uffici della loro assenza, tanto per salvare apparenze e forme, mentre goffamente indossavano qualcosa. Una vecchia polo lei, i calzoni lui.

Sofia corse in cucina per preparare la colazione a base di fiocchi di yogurt, fette biscottate dorate col burro, lattughino fresco, frutta di stagione e caffè nero.

Matteo fece una doccia per rinfrescare il corpo, prima di andare in cucina.

Ma alla fine colazione e pranzo fu un tutto unico. Era pomeriggio inoltrato, quando decisero di uscire. Si sentivano in vacanza, quando giunsero in centro per i quattro passi in Corso Vittorio Emanuele. Allegri e spensierati come due adolescenti ai primi amori.

Fino a domani non voglio pensare a nulla” disse Sofia, osservando il sole declinante su piazza Duomo. “Mi voglio godere ogni istante di questa giornata meravigliosa”.

Matteo le strinse la mano come un ragazzino con un tacito accordo alle sue parole. Mentre camminavano, non badavano alle espressioni dei vari conoscenti incontrati in San Babila. Sembravano in una bolla di sapone, isolati dal resto del mondo. Dai loro volti i due ragazzi dedussero che avevano commentato con un pizzico di acidità e sarcasmo quel passeggiare mano nella mano e quegli sguardi teneri da amanti. Sofia ignorò quei visi dipinti d’ironia, perché pensò che fosse solo invidia. Era felice di camminare a fianco di Matteo.

Incuranti del tempo e delle prime ombre che si proiettavano sul marciapiede, quando Sofia vide sul display il numero di Laura, chiedendosi il motivo.

Pronto,” disse allegra “quali novità mi porti?”

Laura spiegò gli ultimi avvenimenti, compreso l’invito alla Caffetteria del Corso e sul come voleva organizzare la sera.

Lascia fare a me. Fidati” concluse Sofia, chiudendo la comunicazione.

Sofia spiegò a Matteo, quanto Laura le ha raccontato per sommi capi. Lui spalancò occhi e bocca sbalordito, perché Marco era ripartito per Ferrara in modo definitivo. Non dava per scontata la sua decisione di andarsene, lasciando per la seconda volta Laura.

Pensa” aggiunse Sofia sorniona. “Non ci crederai ma Laura ha chiamato Paolo. Lui ha preso l’occasione al volo e l’ha invitata alla Caffetteria del Corso per le sette”.

Matteo si rallegrò che i due ragazzi avessero scelto d’incontrarsi senza la sua mediazione. ‘Forse è la volta buona che Paolo corona il suo sogno con Laura’ pensò, soddisfatto.

Visto che abbiamo deciso di prendere l’aperitivo” propose Sofia, fingendo che l’idea fosse sua. “Che ne dici di unirci a loro?”.

Matteo annuì, senza cogliere il sottile inganno ordito da Sofia, perché era rimasto senza parole sulle ultime informazioni. Aveva brigato senza successo ma alla fine si era sistemato come d’incanto senza il suo aiuto. Non poteva crederci.

Marco riprese il viaggio verso Ferrara disteso, mentre l’immagine di Laura sfumava. Non avvertiva più quella sensazione di peso, che si stava trascinando da Milano.

Laura era affascinante ai suoi occhi ma aveva capito che quel frutto non l’avrebbe potuto cogliere. Non era nel suo giardino e quindi non gli apparteneva.

Guidò veloce per arrivare prima possibile a casa e farsi una doccia. Doveva togliersi dal corpo il profumo di Laura e prepararsi per la serata con Agnese.

Non ricordava con esattezza il viso, le forme, i capelli. Aveva ricordi sfumati di una mattina soleggiata di settembre, quando l’aveva vista, seduta sul ciglio della strada col viso imbronciato.

Un silenzio, durato quasi otto mesi, era stato interrotto due giorni prima, quando a sorpresa l’aveva chiamato per fare un giro in bicicletta. Adesso comprendeva che era una scusa per riallacciare un contatto casuale, perché si sentiva sola e desiderava compagnia. Dunque era questo il messaggio che Agnese gli aveva trasmesso. Solo in questo momento durante la guida lo percepì con chiarezza. Tutto gli appariva più chiaro, più nitido. Si era fatta audace, quasi sfrontata, mentre l’invitava a casa sua per la sera e per la notte. Era stata esplicita nel dirlo, senza tentennamenti. Aveva puntato dritto verso l’obiettivo. Ma quale era lo scopo di tanta impudenza? Passare la notte con un uomo? Se era quello che cercava, perché proprio lui che aveva visto una sola volta otto mesi prima? Trovare un nuovo compagno? Non gli era sembrata una ragazza, che scegliesse al buio una persona col quale condividere la sua vita. Oppure. Era inutile porsi tante domande, tra poco l’avrebbe scoperto.

Marco, mentre guidava con attenzione verso Ferrara, era assorbito nel decifrare la personalità di Agnese, che gli appariva come un gioco a incastri. Un puzzle da ricomporre, dove la difficoltà non era trovare il tassello iniziale giusto ma inventare quello da incastrare.

Era allegro, quando arrivò a casa, dove l’aspettavano i genitori rassegnati a non vedere più quella bella ragazza dai capelli ramati gentile e cordiale.

Una doccia veloce, la borsa con gli indumenti da ciclista, l’aggiornamento del borsone che aveva con sé a Milano, il caricabatteria del telefono, un saluto e un arrivederci a domani sera. Caricata la bicicletta in macchina, si affrettò per gli acquisti.

Un salto in enoteca per acquistare un Berlucchi Vintage, un Veuve Cliquot Ponsardin, un passito di Romagna, un rosso del Trentino e un bianco dell’Alto Adige. Forse era troppo il vino ma non conoscendo la composizione del menù, aveva scelto vini adatti a diverse varianti.

A passo di corsa, lui che amava i ritmi lenti, passò dal Caffè del Concerto per acquistare due torte. Una alla gianduia, erano anni che non la mangiava, e l’altra millefoglie, la specialità della casa. Era felice come un bambino, che aveva ricevuto il gioco desiderato da tanto tempo.

Alle sette uscì dalle mura cittadine per recarsi da Agnese. Si fermò in uno spazio, perché non conosceva l’ubicazione dell’abitazione di Agnese. Non ricordava, se glielo aveva chiesto oppure se ne era scordato. La chiamò.

Agnese lo aspettava sulla soglia della villetta in pietra a vista in una frazione vicina alla città, una zona residenziale ordinata. Indossava la camicetta e i pantaloni, acquistati nel pomeriggio. Sotto la camicetta non portava il reggiseno e i capezzoli increspavano il tessuto senza mostrarsi apertamente, facendo intuire che c’erano. Era una donna aggraziata ma diversa dalla bellezza di Laura.

Un ‘Ciao’ e un bacio sulle guance diedero il benvenuto a Marco.

Sistemati i pacchetti in cucina, Agnese gli mostrò la casa con la grazia di una fatina e l’ansia di una ragazzina al primo amore. Marco osservò con cura i particolari, giudicandoli di ottimo livello.

La cena fu semplice. Un antipasto di mare, accompagnato dal vino bianco. Il primo un piatto semplice e gustoso. Riso venere condito da un mix di peperoni verdi, gialli e rossi. Il secondo filetti di pesce persico al cartoccio con insalata lollo. Mangiarono con lentezza, senza fretta. La serata era lunga e non avevano impegni. Chiacchieravano come se fossero amici di vecchia data, che si ritrovavano dopo tanto tempo. L’atmosfera era rilassante, complice i numerosi calici di vino bianco, che li rese ancora più loquaci. Agnese non ebbe segreti con lui, perché gli raccontò la sua storia con Giulio, gli anni vissuti insieme, la rottura. Gli spiegò, perché quel giorno di settembre era triste e irritata.

Marco riconobbe che Agnese era una donna intelligente e sensibile, che aveva passato un periodo travagliato da cui con grande difficoltà si stava tirando fuori. Le parlò di Laura e della giornata trascorsa a Milano, di cosa cercava nella vita.

Scoprirono di avere diversi punti in comune, oltre alla bicicletta: l’amore per le sagre e le rievocazioni storiche, l’andare per musei e mostre, la passione per i libri.

Le torte e lo champagne rimasero in frigo. Si sentivano euforici e un tantino brilli. Si abbracciarono e si baciarono. Poi senza dire nulla, finirono nel letto che per tanti anni lei e Giulio avevano condiviso. La stanza degli ospiti, che Agnese aveva preparato per Marco, rimase vuota.

La notte sarebbe stata lunga ma domani sarebbero andati in bicicletta?

Quando Sofia e Matteo entrarono nella Caffetteria del Corso, Laura e Paolo erano lì da diversi minuti a parlare animatamente davanti a un bicchiere. Era colorato e decorato con bucce di arancia e limone, ombrellini e olive con un contorno d’invitanti stuzzichini al salmone e gamberi.

Paolo le domandò, perché era stata riluttante e fredda con lui. Laura gli spiegò che, prima d’iniziare una nuova storia, voleva essere sicura che fosse quello giusto.

Sofia li vide discutere con foga e, trascinando Matteo, poco propenso a unirsi a Paolo e Laura, li salutò, sedendosi non invitata al loro tavolo.

Paolo non gradì questa intrusione, perché era la prima volta che affrontava Laura sui loro rapporti. Non mostrò apertamente la propria irritazione ma trasmise il messaggio di malumore con piccoli gesti e occhiate malevoli, mentre Laura si sentì sollevata e sicura con la presenza dell’amica.

Il tempo scorreva senza che l’atmosfera si riscaldasse, finché Sofia non disse: “Ragazzi, andiamo a casa mia per festeggiare l’incontro tra Laura e Paolo. Ho in frigo un Ferrari da otto mesi, che aspetta di essere stappato. Mi sembra l’occasione adatta”.

Poi aggiunse con una punta di malizia: “Naturalmente, chi vuole restare per la notte è il benvenuto. Ho un’altra stanza dove si può riposare tranquilli”.

Paolo guardò Matteo in malo modo, perché, da quando era arrivato, aveva detto si o no dieci parole, lasciando parlare solo Sofia. Lui aveva progettato di passare la serata con Laura senza altre persone tra i piedi ma tutti i piani erano crollati come un castello di carte. Sentiva il malumore crescere dentro di sé e la voglia impellente di salutare la compagnia e andarsene per i fatti suoi. Da quando aveva rivisto Laura, era riuscito a scambiare a malapena poche frasi, senza riuscire a chiarire i motivi della sua freddezza. Adesso intuiva che non avrebbe potuto conoscere qualcosa di più, né capire le intenzioni di Laura nei suoi confronti. Non comprendeva l’atteggiamento di Matteo, che pareva avere fuso il cervello, tanto era assente e distaccato.

Laura si accorse dal viso imbronciato di Paolo, che era contrariato. Decise che per il momento non avrebbe modificato il suo comportamento, limitandosi a essere cordiale e vivace, diversamente dagli altri incontri. Guardò Sofia, trasmettendo l’approvazione per la maniera con la quale stava guidando la serata. Non era sua intenzione trattenersi per la notte, perché di Marco, partito da poche ore, anche se definitivamente era uscito dalla sua vita, aveva un ricordo troppo fresco. Prima di avventurarsi in una nuova storia, voleva avere la certezza che Paolo avesse le qualità che si aspettava. Doveva possedere la pazienza di non forzare i tempi, di ascoltare le sue paure, di essere dolce. Ma Paolo era in effetti così? Tuttavia un pensiero la frenava: non era sicura che le problematiche relative al sesso fossero state cancellate. Se così fosse, Paolo era in grado di capirla e aiutarla? Dubbi e domande frullavano nella testa di Laura, che aveva deciso di rispondere ai quesiti a uno a uno con calma senza fretta dopo l’analisi attenta dei propri sentimenti.

Matteo era sui carboni ardenti tra l’intervento o lasciare la gestione della serata a Sofia. Se interveniva per bloccarla, lasciando soli Laura e Paolo, rischiava che venissero a galla le precedenti manovre. Era conscio di avere tenuto una condotta ambigua in precedenza, avendo usata Sofia per carpire i pensieri di Laura e riferirli a Paolo. Non desiderava affatto che lei scoprisse il senso delle domande sull’amica. Percepiva che loro stavano bene insieme e non voleva incrinare l’atmosfera di complicità emotiva che si era instaurata nella notte. ‘Al diavolo, Paolo e i suoi problemi di cuore!’ si disse Matteo, sciogliendo gli ultimi dubbi. ‘Ho fatto tanto per lui. Ora cammini con le sue gambe’ e lasciò che Sofia tenesse banco.

Giunti a casa di Sofia, la sera si snodò leggera e frivola. Lei si dimostrò perfetta nel ruolo di padrona di casa, sciogliendo tensioni e stemperando nervosismi.

Paolo prese la mano di Laura, che lasciò fare, perché sentiva calore in quel contatto. Questo nuovo atteggiamento convinse Paolo, che alla fine era riuscito nell’intento di fare breccia nel suo cuore. Coltivò l’illusione che avrebbero trascorso la notte insieme.

Quando si avvicinò l’ora di andare a dormire, Laura si smarcò con eleganza, gelando le speranze di Paolo. Adesso era più distante e fredda e disse che desiderava tornare a casa. Aveva preso questa decisione, perché, pur provando per Paolo sensazioni positive, era ancora troppo presto per accettare la sua presenza nello stesso letto.

Paolo sperò fino all’ultimo istante che Laura dicesse ‘restiamo’, quando fu il momento dei saluti.

Gli ospiti fanno i complimenti alla padrona di casa per la piacevole sera. Laura“ fece, volgendo lo sguardo verso di lei, “vuoi un passaggio?”

Grazie“ rispose, pronta a cogliere l’invito. “Se mi accompagni, te ne sono grata. Andrò a prendere la mia macchina domani con calma”.

Si alzò in piedi, dirigendosi verso l’ingresso.

Non restate?” chiese Sofia per nulla sorpresa, dando per scontato che Matteo si trattenesse per la notte. “Se volete rimanere, è pronta la camera degli ospiti”.

Non insistette più di tanto, poiché sapeva che Laura non desiderava trascorrere la notte con Paolo.

Sia pure riluttante e deluso lui si alzò per raggiungerla nell’ingresso, mentre salutarono Sofia e Matteo.

Arrivati sulla porta di casa, Laura gli diede un bacio, prima di chiudere il portone alle spalle.

È stata una splendida serata” disse, stringendogli le mani con calore.”Ti ringrazio per essere stato paziente con me. Ho ancora diversi giorni di ferie e sarei felice di rivederti e trascorrere qualche ora in tua compagnia”.

Paolo, amareggiato per il mancato invito di Laura a trattenersi per la notte, rispose che si sarebbero sentiti nei prossimi giorni, allontanandosi col viso corrucciato.

Laura, raggiunta la sua stanza, rifletté sulla giornata, su Marco, su Paolo. Il confronto fra Marco e Paolo era improponibile, perché erano differenti. Indubbiamente Paolo aveva una personalità che non le dispiaceva. Però era troppo presto per pensare d’iniziare una storia con lui, doveva capire, rendersi conto quanto fosse opportuno aprirsi con lui. C’era qualcosa che nel suo carattere non quadrava. Era troppo spiccio senza fronzoli nell’approccio. A lei piacevano i corteggiamenti più dolci e romantici per stimolare la fantasia, come faceva Marco. Però avrebbe dovuto abituarsi ad altro ma le serviva tempo.

Si, mi servirà tempo” disse mentre si spogliava, “per cancellare il ricordo di Marco, della sua personalità, del suo porsi discreto e riservato. Con Paolo c’è stato stasera affiatamento, intesa. Si può discorrere di molti argomenti. È intelligente ma qualcosa mi frena. Forse tendo involontariamente a confrontarli. Quindi Paolo risulta ancora perdente”.

Paolo si sedette sul divano con un bicchiere di rum cubano in mano. Era nervoso, perché tutto quello che aveva immaginato non si era avverato. Laura gli piaceva e questo era fuori di ogni dubbio. Quei capelli rossi l’avevano stregato come la personalità spiccata e decisa. Era stata veramente abile nel sottrarsi stasera con garbo e delicatezza senza lasciargli margini di manovra. Capiva che poco tempo era intercorso tra la partenza di Marco e l’incontro alla Caffetteria del Corso. Aveva imparato in questi otto mesi che Laura era una montagna da scalare. Doveva pazientare, mettere a freno il suo decisionismo, usare metodo e costanza per conquistarla.

Chissà’ si disse, sorseggiando il liquore, ‘quale personalità o quali doti aveva questo Marco. Non riesco a immaginarlo né fisicamente né psicologicamente. Dovrò capire chi era, perché intuisco che ogni mia azione, ogni mia parola sarà messa a confronto con la sua. Su un punto la serata ha avuto successo: non ha chiuso le porte. Anzi si è detta disponibile a vedermi nei prossimi giorni. Devo organizzare il fine settimana con cura, come mi ha suggerito Matteo e poi invitarla, sperando che accetti’.

Sofia e Matteo, liberi senza altre persone tra i piedi, riordinarono insieme la casa come marito e moglie, dopo la partenza degli ospiti.

Dobbiamo fare i bravi” disse Sofia ridendo. “Domani dobbiamo tornare al lavoro”.

Matteo rise, mentre allegri si infilarono sotto le lenzuola. Non dormirono subito ma parlarono di Paolo, Laura e Marco ma in particolare di loro. Del futuro, di cosa sarebbe la loro vita insieme rappresentò l’ultimo argomento, prima di addormentarsi abbracciati.

Sulla giornata calò il sipario, lasciando il posto alla notte. Tutti dormivano da soli o in compagnia ma era un sonno leggero e rilassato, accompagnato da piacevoli sogni e tanti sospiri.

Domani inizierà un nuovo giorno diverso da quello appena concluso.

Agnese e Marco parleranno di loro, mentre pedalano con vigore sotto il sole.

Laura si risveglierà sola e pensierosa, pensando agli avvenimenti incredibili degli ultimi due giorni, che hanno dato alla sua vita una svolta imprevedibile.

Paolo andrà nello studio scontroso e meditabondo, rimuginando sul viso di Laura, sulla sua chioma rossa, sul suo carattere e su se stesso.

Sofia sarà al lavoro leggera e allegra, come mai lo è stata finora, mentre pensa fiduciosa alla storia con Matteo, sperando che possa essere quella seria.

Matteo si sente bene oggi, mentre opera con la solita precisione per i clienti, perché avverte che Sofia è la donna che aveva cercato nel passato.

Il destino di ognuno di loro sta scritto da qualche parte in cielo o in terra, mentre ogni evento sarà spiegato come un aspetto non conoscibile a priori, che loro non potranno influenzare ma solo subire.

Il futuro sarà una storia tutta da scoprire.

FINE

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Non passava giorno – Cap. 47

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Nella casa vuota si udiva il pianto sommesso di Laura e il rumore dei suoi passi nei corridoi e nelle stanze.

Lei inseguiva piangendo i posti dove erano stati fino a poche ore prima con Marco. Girò a lungo, finché esausta non si sedette sul divano vicino all’ingresso. Aveva l’assurda speranza che Marco avesse cambiato idea e che ritornasse da lei. Non voleva rassegnarsi all’illusione che tutto fosse finito ma cullava nella mente la possibilità che qualcosa potesse mutare nei prossimi minuti.

Marco se ne era andato per sempre, mentre Laura era sola coi suoi pensieri e la sua solitudine, che le facevano una compagnia non gradita.

Rimase lì nella penombra del pomeriggio che lasciava il posto alla sera. Teneva stretto il telefono come se fosse una reliquia da proteggere con l’illusione che si animasse.

Rimpiangeva gli anni allegri passati con lui, che non potevano tornare, perché il tempo scorre e non si ferma mai, né tanto meno ritorna indietro.

Vorrei che oggi fosse ieri, quando la prima fase dell’amore, quella esaltante e spontanea, riempiva i nostri cuori!” disse ad alta voce Laura con la speranza che Marco potesse ascoltare le sue parole.

Aveva sognato che quella fase rimanesse per sempre, come aveva sperato che il miracolo del ritorno di Marco si avverasse. Purtroppo era finita per sempre.

Marco continuava a occupare i pensieri di Laura, immobile sul divano col telefono in mano, quando la suoneria la fece sobbalzare. Guardò il display: era Sofia. Sul volto comparve una smorfia di amarezza, perché aveva creduto per qualche secondo che Marco gli annunciasse di avere cambiato idea. Represse la sofferenza della delusione con un motto di stizza, mentre lo lasciò suonare senza rispondere. Non desiderava parlare con nessuno del dolore che provava.

La chiamo più tardi’ si disse. ‘Ora non mi va di parlare’.

Aspettava una chiamata da Marco, che non poteva venire, perché era impegnato a scacciare i fantasmi del passato.

Il tempo per Laura si era fermato o passava con molta lentezza. Aveva il vuoto nella mente incapace di seguire il filo logico di una riflessione.

Percepiva che doveva fare qualcosa, se non voleva cadere nuovamente nello stato di otto mesi prima, quando fu incapace per molti giorni di pensare a sé.

Cosa? Non lo sapeva, perché il pensiero fisso per Marco era sempre lì vivo e attuale, facendola sentire impotente a prendere una decisione.

Da quanto tempo sto sul divano in attesa di un miracolo che non arriverà?’ pensò con gli occhi arrossati per il pianto. Non lo sapeva con precisione ma percepì che il pomeriggio stava morendo assieme alle sue speranze. Doveva muoversi, alzarsi, prendere dei provvedimenti, prima che fosse troppo tardi.

Si levò dal divano per andare verso la sua camera, quando notò qualcosa spuntare sul tavolino di fianco alla poltrona. Si avvicinò e vide, posata sotto i fogli scritti a mano della vecchia fiaba, la busta bianca con dentro lettere e le istantanee di Grazzano Visconti.

Capì che il sogno era davvero finito. Doveva tornare alla realtà dolorosa, della quale non poteva non tenerne conto. Marco si era disfatto degli ultimi legami che aveva. Forse era rimasto solo il numero di telefono. ‘Per quanto tempo lo conserverà?’ si chiese con un sorriso amaro. Non lo sapeva ma credeva per poco. Poi anche quel cordone ombelicale si sarebbe reciso per sempre.

Raccolse la busta, dove infilò anche i fogli della fiaba, e la nascose in un cassetto della sua stanza. Si tolse il vestito rosso, che aveva messo nella speranza che potesse compiere il miracolo di ricucire la relazione con Marco. Lo gettò sul letto con un moto di stizza, rimanendo in mutandine e reggiseno.

Aveva la consapevolezza di cosa fare. Aprì la rubrica del telefono per selezionare il numero di Paolo, che aspettava da tempo questa telefonata.

Non posso crogiolarmi nel dolore’ pensò, mentre richiamava il numero dalla memoria. ‘Devo annegare nell’oblio Marco, che non sarà più l’amico fidato, al quale chiedere aiuto o consiglio. Paolo sarà stato paziente da aspettarmi?’

Ciao, sono Laura. Sorpreso se ti chiamo?” disse con voce ferma e allo stesso tempo tremante per la trepidazione.

Sorpreso? No! Ma stregato dalla tua voce” rispose Paolo pronto. “Da troppo tempo aspetto questa telefonata. Non arrivava mai. Pensavo di chiamarti. Però mi hai preceduto. Vieni a prendere un aperitivo alla Caffetteria del Corso?”

Laura rimase indecisa, se raccogliere la proposta o restare fredda. ‘L’invito deve essere accettato’ si disse, ‘ho la necessità di parlare con qualcuno’.

Va bene” rispose Laura con calore. “Va bene alle sette?”

Sì” fece Paolo con il viso dipinto dalla felicità.

Conclusa la telefonata, Laura sentiva il pentolone delle emozioni che bolliva e traboccava sul fuoco. Doveva organizzare il resto della serata. ‘Gli lascio l’iniziativa oppure la assumo io?’ si chiese, mentre si guardava nello specchio. Era ancora spogliata. Doveva pensare a come vestirsi per la sera, che avrebbe avuto anche un’appendice. Chiusa la telefonata, intuì che aveva chiamato senza un preciso obiettivo, pensando di andare a braccio. Però aveva assunto con decisione le redini del comando: o accettava o rifiutava il suo invito. Da questo momento era lei che doveva essere propositiva nelle scelte, se voleva guidare il gioco, organizzando il resto della serata.

Invitare Paolo a casa sua non le andava, perché troppo fresco era il ricordo della giornata trascorsa con Marco. Poteva invitare Sofia e Matteo, se erano disponibili. Però mancava il tempo materiale per sistemare l’abitazione, che non era nelle condizioni di ricevere ospiti.

Indossò jeans e una camicetta azzurra. Calzò un paio di scarpe con un modesto tacco. Sulle spalle avrebbe messo un golfino leggero. Mentre si preparò, pensò alla soluzione del problema del dopo sera. ‘Se chiedo a Sofia di ospitarci?’ si disse Laura, mettendo un filo di rossetto. ‘Le chiedo di telefonarmi, mentre sono con Paolo. Lei non deve dare l’impressione di avere combinato in precedenza l’invito. Può essere un’idea. Ma prima devo sentire Sofia cosa ne pensa’.

Ciao, sono Laura” disse alla risposta dell’amica.

Cap. 46 Cap. 48

Per chi volesse leggere dall’inizio questo è l’indirizzo del primo capitolo

Non passava giorno – Cap. 46

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Marco non riusciva a cancellare l’immagine di Laura, che un’ora prima lo aveva salutato sulla porta di casa. Era la visione di una donna triste e malinconica, che aveva pianto abbondantemente.

L’addio si era consumato velocemente con un bacio un po’ frettoloso da parte sua e un “Telefonami ogni tanto. Lo so che sarà dura per te, ma vorrei risentire ogni tanto la tua voce. Non mi piace dire ‘addio’, ma solo ‘arrivederci’. Vorrei conservare la tua amicizia, ascoltare i tuoi suggerimenti, confidarmi con te. Non so se questo sarà possibile e realizzabile ma cercherò di trasformare in realtà questo desiderio”. Erano state le ultima parole di Laura.

Come poteva trasformare un sentimento in amicizia? Avrebbero resistito dal non fare sesso, rivedendosi, se entrambi o uno di loro erano in relazioni stabili? Se lei avesse chiamato chiedendo di raggiungerla, sarebbe stato in grado di dire ‘No, grazie, ma non posso’? Queste e tante altre domande affollavano la mente di Marco come un suk arabo pieno di grida, strepiti e voci multicolori.

Si sentiva meschino, egoista, un moderno Narciso, che invece di morire annegato nelle acque dello stagno sarebbe affogato dentro la presunzione di se stesso. Aveva sentito un’attrazione fortissima per una donna ma non era stato capace di trasformarla in sentimento duraturo. Lui aveva provato il desiderio di liberare verso Laura l’amore, che considerava qualcosa di forte e di puro. Non c’era riuscito, anzi adesso aveva provocato solo dolore. Avrebbe voluto che la prima fase dell’innamoramento così esaltante fosse durata in eterno, invece si era trasformata in semplice attrazione fisica, come gli appariva in questo momento.

Questi pensieri gli davano un senso di fragilità e impotenza unita al rimpianto di non essere riuscito a cogliere l’essenza dell’amore che portava dentro di sé.

Tutto gli pareva difficile da superare e percepiva dolore e affanno, che invece di scemare tendevano a crescere man mano che si allontanava da Milano.

A ogni curva vedeva Laura, bella e dalla chioma rossa al vento. Percepiva che stava commettendo un errore scappando da Milano, altrettanto nettamente intuiva che doveva avere la forza di chiudere il rapporto perché sapeva che non avrebbe funzionato nel futuro. Doveva avere una buona dose di cinismo, che non possedeva. Non sarebbe stato semplice dimenticare i cinque anni trascorsi con lei.

Il viaggio proseguiva, sempre incerto tra il tornare indietro e l’andare avanti, quando decise che doveva avere il coraggio di non pensare più a Laura. Temeva che non avrebbe resistito a fermarsi e ritornare da lei.

Si fermò lungo la strada per riordinare le idee e mangiare qualcosa, perché era partito a stomaco vuoto per il timore di un ripensamento sulla decisione di chiudere per sempre. Lo stomaco reclamava qualcosa ed era giusto accontentarlo.

Era al tavolo a mangiare un panino e bere una birra, quando decise di ricapitolare per l’ultima volta la sua relazione con Laura. Doveva farlo per mettere un punto fermo a tutti i pensieri e dubbi.

All’inizio era scattato l’innamoramento verso Laura. Solo in seguito aveva capito che le loro aspirazioni e il futuro andavano in direzione opposte ma non aveva avuto il coraggio di troncare. Stavano bene insieme e formavano una coppia affiatata. Oltre a questo esisteva una forte attrazione sessuale. Quello, che non avevano ammesso, era che percepivano la loro vita in maniera differente. Laura si trovava a suo agio a Milano con il caos della città, con la frenesia di muoversi e andare, con la ricerca continua di nuovi stimoli, con i sabato sera passati nei locali alla moda. Marco invece amava ritmi più blandi, osservare la natura e i suoi abitanti, fare lunghe passeggiate a piedi senza il frastuono della città, la bicicletta come mezzo di trasporto. Anche gli obiettivi del dopo laurea differivano. Lei aspirava di essere assunta in una grande azienda e di girare il mondo, di crescere professionalmente, sacrificando essere madre e forse moglie, almeno inizialmente. Lui confidava in un lavoro dignitoso, che gli consentisse di avere tempo da dedicare a se stesso, alla famiglia e ai figli, eventualmente nati.

Come si possono conciliare abitudini e obiettivi tanto difformi tra loro?’ si chiese tra un sorso e un boccone.

Perché ho continuato con Laura, essendo conscio che inevitabilmente avremmo dovuto dirci addio?’ pensò deluso per tanta cecità da parte sua.

Questa chiacchierata interiore aveva avuto il potere di spazzare i residui dubbi. Doveva mettersi la corazza e armarsi di una dose di freddezza per chiudere col passato.

Quale migliore antidoto sarebbe stato chiamare Agnese, che forse non era la donna che desiderava.

Non la conosco per nulla’ si disse, alzandosi dal tavolo. ‘Ma rappresenta l’unico contatto femminile’.

Quale migliore occasione sarebbe stata quella d’invitarla fuori a cena al suo rientro? Non desiderava chiudersi nella sua stanza a riflettere sugli ultimi avvenimenti e a macerarsi nei suoi pensieri. Avrebbe potuto approfondire quella conoscenza superficiale di otto mesi prima.

Era il migliore antidoto per scacciare il fantasma di Laura per non ricominciare coi dubbi e le incertezze.

Cercò nella rubrica il numero e la chiamò.

Ciao, sono Marco.” disse rispondendo al pronto di Agnese “Sto tornando da Milano”.

Aspettò un attimo prima di formulare la richiesta, aspettando una reazione di Agnese, che non arrivò.

Stasera vorrei invitarti a cena, se non hai altri impegni?” fece Marco, trattenendo il respiro.

Non udì nulla, a parte un ansare corto e affannoso.

Ci sei? Non sento niente” disse Marco, preoccupato dal silenzio.

No, ci sono” rispose Agnese con un filo di voce. “Non sono svenuta. Semplicemente non mi aspettavo l’invito. L’emozione mi ha giocato un brutto scherzo”.

Marco rise nell’ascoltare quelle parole, che parevano provenissero dall’oltretomba.

Devo riprendermi dalla sorpresa di sentirti” fece Agnese rinfrancata col viso sorridente. “Stasera? Vediamo….No, non ho impegni. Non rinuncerei all’occasione per conoscerti meglio”.

Marco si sedette in macchina per proseguire la conversazione. Avvertiva che Agnese aveva apprezzato il suo invito con molto entusiasmo. Rimase per qualche secondo in silenzio come organizzare la serata.

Hai un’idea dove andare oppure aspetti un consiglio da parte mia?” chiese Agnese.

Pensavo alla Lanterna, se esiste ancora, oppure la trattoria del Belriguardo” propose Marco, facendo appello ai suoi ricordi. “Qualche anno fa avevano un’ottima cucina e locali molto accoglienti. Per caso qualche suggerimento migliore? Io manco da troppo tempo. Forse ci sono locali più alla moda”.

Agnese colse l’occasione per rilanciare.

Ottime scelte” disse la ragazza, a cui brillavano gli occhi per la felicità, “Se ti va l’idea, invece di uscire ceniamo a casa mia. Sono secoli che non invito nessuno. È un’ottima scusa per ricominciare!”

Marco rifletté e rispose affermativamente, perché la cena sarebbe risultata più piacevole e avrebbero potuto parlare con maggiore calma e intimità.

Bene“ proseguì Agnese “tu ti occupi dei vini e del dolce. Io penso al resto. Dammi un’ora di tempo per rientrare, perché sono a Bologna”.

Marco chiese le preferenze per i beveraggi ma ebbe campo libero.

Scegli come piace a te” fece Agnese ma poi continuò.

Senza apparire sfrontata” disse Agnese senza vergogna. “Mi farebbe piacere la tua compagnia per la notte. È tempo che mi sento sola”.

Marco rimase interdetto perché non riusciva a interpretare questo invito ma dopo una breve riflessione accettò.

Si misero d’accordo per il giro in bicicletta di domani, sugli ultimi dettagli della cena.

A più tardi, Agnese” disse Marco.

Ciao” rispose, chiudendo la telefonata

Marco rifletté se quello che stava facendo era giusto oppure no. Poche ore prima faceva all’amore con Laura, provando piacere e appagamento, mentre tra non molto avrebbe tenuto tra le braccia un’altra donna della quale ignorava tutto.

Questa, secondo lui, era l’unica medicina per cominciare a rimuovere Laura dalla testa, riprendendo il viaggio.

Cap. 45 Cap. 47

Non passava giorno – cap.45

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Agnese stava andando verso Ferrara, quando decise una deviazione, dirigendosi a Bologna, dove sperava di trovare offerte più interessanti.

Non aveva fretta, quindi per evitare il traffico prese una strada secondaria che passava attraverso la campagna che stava mettendo i vestiti della festa.

La bella giornata soleggiata invitava a stare all’aria aperta e non nel chiuso dei negozi. Il lungo giro in bicicletta le aveva permesso di smaltire la tensione e di affrontare con serenità la giornata di domani, qualunque esito avesse avuto.

Il lettore di CD inondava l’abitacolo di suoni che si disperdevano nell’aria circostante, pensando che le note erano fatte per ballare. Picchiettava le mani ritmicamente sul volante.

Arrivata a destinazione e parcheggiata l’auto in un’area a pagamento, si diresse verso il centro città, ammirando e soffermandosi davanti le vetrine dei negozi.

Entrò e uscì senza comprare nulla salvo qualche oggettino di poco conto. Era alla ricerca di un paio di pantaloni e di una camicia elegante ma faticava a trovare quello che aveva in mente. Era delusa e stava per ritornare verso l’auto, quando in un negozio elegante vide in vetrina la camicetta che desiderava. Rimase perplessa per il costo non lieve ma si decise di entrare ugualmente.

Crepi l’avarizia!” disse a bassa voce, aprendo la porta del negozio. “Si vive una volta solo. Mi tolgo la soddisfazione d’indossare un bel oggetto di Armani!”.

Dopo aver provato un discreto numero di indumenti, alla fine uscì con la camicetta, che fin dall’inizio aveva deciso di comprare.

Era tranquilla e serena ed era sparita ogni traccia della tensione, che l’aveva accompagnata durante il viaggio.

Adesso si trattava di realizzare la parte più complicata dello shopping: l’acquisto dei pantaloni. Non aveva ancora inquadrato né il modello, né il colore. Continuò a girare alla ricerca del negozio giusto o meglio del capo desiderato. Stanca e demoralizzata aveva quasi rinunciato, quando, sbucata in una ampia piazza, vide in una vetrina, che prometteva grandi affari, quello che cercava o meglio quello che aveva immaginato vagamente.

Soddisfatta per gli acquisti, borse e pacchetti dondolavano dalla sua mano sulla gamba. Erano mesi che non si sentiva così bene. Agnese si avviò allegra e rilassata verso il posteggio, quando sentì il motivetto che annunciava una telefonata.

Con fatica lo prese dalla borsa e vide sul display il numero di Marco. Tutta l’euforia svanì in un colpo solo.

Con ansia e timore disse ‘Pronto’.

Paolo era nel mezzo del traffico caotico del mattino, quando udi la voce prepotente di un clacson che con violenza gli chiedeva strada.

Fece un gestaccio all’indirizzo del automobilista impaziente, mentre un’imprecazione uscì dalla sua bocca. Ebbe un misto di stupore e incredulità, perché pensò che tante volte aveva suonato insofferente verso un altro conducente lento nelle manovre.

La sua concentrazione, già bassa e incerta, era distratta da pensieri e dubbi, mentre faticava a prestare attenzione al traffico, rischiando più di una volta l’incidente.

Senza altri intoppi raggiunse il parcheggio riservato al suo studio e salì in ufficio tra gli sguardi incuriositi delle segretarie, che commentarono l’arrivo mattutino del Signor Architetto.

Anna, la segretaria personale, gli aveva disposto sul suo tavolo la corrispondenza e una decina di post-it con tutte le chiamate del giorno precedente rimaste inevase.

Con la mano spostò con decisione quella carta, che avrebbe esaminato più tardi, e liberò lo spazio davanti a sé. Doveva dare esecuzione a quello che gli frullava nella testa da diversi minuti.

Per l’ennesima volta affrontava il problema Laura, che era diventato un incubo, chiedendosi, dove avesse errato e il perché quella donna lo avesse stregato.

Sembrava che qualcuno gli avesse preparato una pozione magica per farlo innamorare a tal punto da smarrirsi in un dedalo di pensieri contorti, che parevano più un labirinto amoroso che un percorso razionale.

Ricapitolò tutti gli eventi da quando l’aveva vista la prima volta alla Caffetteria del Corso a oggi. Prese un foglio bianco e la stilografica Aurora Hastil, cominciando a scrivere ordinatamente.

10 Settembre

primo incontro – Laura mi invita al suo tavolo sorridente e siedo al suo fianco. Chiacchiere di normale ordinanza. Cosa fai, che intenzioni hai sull’attività professionale. Sei in relazione, quali gusti musicali hai. Sono un accanito lettore di Patricia Cornwell, lei predilige Tolkien e Terry Brooks, alcuni narratori italiani, di cui ignoravo l’esistenza e di cui non ricordo più nemmeno il nome. Altre sciocchezze, che ho già dimenticato. Ha preso un aperitivo non alcolico alla frutta con qualche stuzzichino. Brillante e socievole senza trascendere troppo.

tragitto in auto – fredda e distaccata, un’altra persona rispetto alla Caffetteria del Corso, quasi l’avessi offesa. Ha parlato pochissimo rispondendo con monosillabi.

cena in trattoria – mangiato poco e parlato ancora meno, sempre più fredda. Mi sta facendo impazzire.

20 Settembre

telefono ….

Paolo continuò a riempire fogli con le annotazioni sugli incontri, le sensazioni percepite, sulle telefonate eseguite, con tutto quello che gli tornava in mente, quando il telefono squillò per annunciare il primo appuntamento della giornata.

Porca miseria!” esclamò irritato, stringendo la mascella. “Chi sarà mai?”

Sollevò il ricevitore per conoscere chi era il primo cliente da ricevere. Paolo accantonò i fogli scritti, riponendoli con cura nel cassetto. Si immerse nel lavoro, dimenticando Laura e le sue pene d’amore, assorbito nei doveri professionali.

Avrebbe continuato a scordarsi di Laura, se non fosse comparso sul display il numero di Matteo.

Pronto” disse Paolo, simulando allegria. “Sei uscito dalla camera da letto? Come va, vecchio orso?”

Matteo, pensando di trovarlo irritato e nervoso, rimase sorpreso senza trovare la battuta giusta per rispondere. Fece un sospiro di sollievo nell’avvertire il buonumore dell’amico.

La conversazione iniziò con battute scherzose, come ai vecchi tempi. Matteo lo ragguagliò sulla situazione sentimentale di Laura e sul come affrontarla non subito ma fra un paio di giorni, giusto il tempo di lasciare decantare la delusione dell’addio definitivo di Marco.

Si, l’addio sarà definitivo” disse Matteo, che si sentiva euforico. “È sicuro al cento per cento. Sofia ne è assolutamente convinta, perché Laura si è rassegnata a perderlo definitivamente”.

Sofia, la notte trascorsa, le dichiarazioni d’amore, i propositi di una vita in comune erano un coacervo di emozioni difficili da smaltire in fretta per Matteo.

Vorrei darti un suggerimento” fece Matteo, chiudendo gli occhi. “Organizza un fine settimana coi fiocchi: in montagna, che lei adora, oppure sulla Costa Azzurra, che è sempre fascinosa. Però l’invito fallo venerdì e non prima. Senza troppa fretta, curando i dettagli in ogni punto. Ciao”.

Paolo stava riprendendo i fogli dal cassetto per annotare gli ultimi avvenimenti, quando il suo smartphone si accese e comparve sul display il numero di Laura.

Cap. 44 Cap. 46

Non passava giorno – cap. 44

foto personale

foto personale

Matteo stava riemergendo da un sonno profondo, mentre percepiva qualcosa d’inconsueto: la presenza vicina di un’altra persona, un letto diverso, la sensazione di avere lasciato incompiuta un’attività.

Sul petto nudo avvertiva un respiro lieve di un corpo ben abbarbicato al suo, un sibilo tranquillo e ritmato e si domandava, ancora addormentato, chi poteva essere, perché non ricordava nulla della nottata trascorsa.

Poi i sensi riacquistarono lucidità e percezione, mentre capiva che quel corpo nudo e leggero abbracciato al suo era di Sofia. Adesso cominciava a ricordare: la serata con Paolo, la notte trascorsa con Sofia, il sonno preso al mattino. Però qualcosa, che prendeva la forma di un flashback, faceva capolino nella sua testa tra incertezze, dubbi e verità: era un evento, che l’aveva irritato, avvenuto durante il sonno.

Tra mille difficoltà, come un serpente che sinuoso si muoveva tra le erbe alte del prato, la mente ricordava la telefonata: chi era? Adesso era sveglio e provava un senso di colpa, di rimorso verso Paolo, l’interlocutore notturno o forse mattutino, che l’aveva irritato. Non l’aveva trattato bene, anzi era stato scortese. Aveva telefonato in un momento inopportuno.

Come poteva rispondere ai quesiti su Laura in presenza di Sofia? Si sentiva in dovere di chiamarlo per spiegare e scusarsi ma non poteva farlo in questo frangente. L’avrebbe fatto più tardi.

Dopo che gli occhi si erano abituati all’oscurità, percepiva e vedeva i contorni della stanza, del corpo di Sofia, che morbidamente come una gatta si stava risvegliando e si strusciava sul suo petto.

Buongiorno!” disse Matteo “Sei sveglia?”

Sofia assonnata bofonchiò qualche parola indecifrabile ma probabilmente voleva rispondere con cortesia al saluto di Matteo. Sbadigliando rumorosamente, si stiracchiò e si mise a sedere.

Ciao! Hai dormito bene?” fece Sofia, che si sfregava gli occhi. “Sono ancora addormentata. Si vede?”

Risero allegri, abbracciati con tenerezza e passione, baciandosi. Sembrava che non fossero stati appagati per la notte, trascorsa tra coccole e altro. Il fuoco che covava dentro non pareva spento, anzi era alimentato da nuova legna che entrambi gettavano a piene mani.

Quel filo di empatia che li legava diventava sempre più saldo, migliorando il loro umore. Percepivano che stavano bene insieme, mentre Sofia si abbandonava tra le braccia di Matteo.

Nel buio della stanza Matteo poteva osservare i lineamenti del viso e del corpo di Sofia, che acuì il desiderio di averla sempre accanto. Ebbe un guizzo e le sussurrò qualcosa con dolcezza nell’orecchio.

Non sono più un ragazzino. Ma in questo momento è come se lo fossi. Vorrei dirti ‘ti amo’ ma sembro un paleozoico dell’amore” disse Matteo, mentre con le mani esplorava il suo corpo. “Capisco che nella costruzione della nostra storia mi muovo in un difficile gioco a incastro. Tra quello, che c’è tra noi, e quello, che ho appreso dalla vita. Stanotte ho capito che l’attrazione iniziale verso di te è diventata innamoramento. Mi accorgo di bruciare le tappe, perché provo amore”.

Sofia rimase in silenzio per qualche istante

Avverto le tue stesse sensazioni” fece Sofia, girando il viso verso le labbra di Matteo. “Ma ho confusione in testa. Non mi sentivo prima d’ora di essere innamorata. L’attrazione mi impediva di starti lontano. Ma ora comprendo che questo si sta trasformando con un processo graduale e costante. Tu mi chiedi di riflettere su di noi. Certo possiamo iniziare a condividere l’idea di preparare un percorso comune. Ma ti avverto che sono all’antica. Non chiedermi di convivere con te come se fosse un test di prova. Se ci rendiamo conto che possiamo vivere insieme, allora mi devi sposare. Del tipo di rito non me ne frega niente ma voglio essere tua moglie. Chiaro?”

Matteo annuì. Era d’accordo sul percorso da intraprendere.

Guardarono l’orologio ed esclamarono all’unisono: “Merda! Dobbiamo chiamare in ufficio!”

Si precipitarono fuori dal letto.

Cap. 43 Cap. 45

Non passava giorno – Cap. 43

Duomo VeronaFoto personale

...’Che buffo cartello’ disse lo scoiattolo ad alta voce mentre si dirigeva nella deviazione di sinistra ma poi andò verso destra all’ultimo momento.

Indeciso su quale deviazione prendere al prossimo sentiero, quando vide…

Uh! che delizioso pranzetto vedo davanti a me!’ e si diresse verso il nocciolo carico di frutti. Non fece tre passi, anzi tre saltelli, che si sentì tirare prima la coda, poi la pelliccia.

Si voltò corrucciato e arrabbiato ma non scorse nulla. Pensava che forse gli era sembrato che qualcuno avesse acchiappato la sua maestosa coda e riprese a saltellare.

Qualcuno voleva rovinargli la colazione. Così meditava lo scoiattolo, quando vide un essere indefinito tra le foglie del nocciolo.

Chi sei?’ borbottò l’affamato scoiattolo ‘Perché mi disturbi?’ Sembrava un bambino o un nanetto che stava per gioco a cavalcioni di un ramo o meglio di esile ramo che non pareva affatto sentirne il peso.

Lo scoiattolo vide un moscone e saltò sul dorso per farsi traghettare verso l’intruso. Provò a cogliere una nocciola, ma si sentì bacchettare la zampa. ‘Ohibo’! Come ti permetti?’ esclamò ancor più irritato tutto dolorante.

Non era un bambino o un nanetto ma una singolare figura femminile piccola e grassottella tuttavia leggera ed eterea. Un po’ bruttina, invero. ‘Che fai nelle mie terre senza pagare il pedaggio?’ chiese di malagrazia.

Non ho letto nessun cartello che vieta l’ingresso agli scoiattoli!’ rispose scortese ‘E poi perché dovrei pagare qualcosa!’

Lo scoiattolo sempre a cavalcioni del moscone, che dava segni d’insofferenza, aspettava che l’intrusa se ne andasse dall’albero. Però dopo un’attesa infinita tornò sul viottolo per cercare qualche altro albero non presidiato.

Alla biforcazione si chiese come al solito quale direzione prendere, tanto una valeva l’altra.

Seguì l’istinto e andò a sinistra ma il sentiero era sbarrato ancora dalla figura femminile che aveva appena lasciato sul nocciolo.

Io sono il fantasma Aloisa, che presidia questo parco. Tutti mi devono rendere omaggio!’ sussurrò non propriamente amica la figura femminile.

Lo scoiattolo la osservò di sbieco e pensava che quel simulacro di donna volesse intimidirlo per impedirgli di fare una scorpacciata di noccioline.

E poi omaggiare per che cosa? Perché era un fantasma femmina? Però lei rimaneva lì a sbarrargli il passo in attesa di qualcosa. Lui se era già dimenticato e poi non aveva nulla con sé.

Aloisa lo apostrofò in maniera poco cortese perché lo scoiattolo non voleva lasciare un piccolo ricordo di sé alla base della statua.

Lo scoiattolo si girò e rigirò ma il fantasma era sempre più irritato davanti a lui. Sbuffò perché trovava la situazione comica e sgradevole allo stesso tempo, senza trovare un sistema per uscire dall’impasse. Veramente non ci aveva pensato minimamente perché la memoria non era troppo ferrea.

Sbottò con ‘Uffa!’ e si guardo intorno per cercare un passaggio senza vedere niente. Si sedette sulla coda reggendo il capo mentre lo stomaco reclamava qualcosa brontolando minacciosamente.

La figura femminile, anzi il fantasma femmina, era sempre lì a braccia conserte in attesa.

Lo scoiattolo non sapendo cosa fare le domandò di raccontare la storia della sua vita.

Aloisa mossa a compassione permise allo scoiattolo di mangiare un paio di nocciole e tre ghiande prima di cominciare.

Era una storia triste di abbandoni e tradimenti da parte del marito. Poveretto lui, pensava lo scoiattolo, con una moglie così bisbetica non poteva certo starle accanto.

Il racconto annoiava lo scoiattolo che si guardava intorno per cercare un passaggio per tornare da dove era venuto.

Finalmente una bella farfalla bianca passò accanto a lui per raccoglierlo e depositarlo oltre il muro di cinta.

Lo scoiattolo ritrovò il buon umore perché non ricordava nulla di quello che aveva fatto oppure udito. Si sentiva felice e canticchiava mentre tornava al suo albero o almeno quello che credeva fosse il suo albero.

Che buffa storia era questa dello scoiattolo, che viveva con la testa tra le nuvole e scordava impegni e promesse come se fossero noccioline. Fortunatamente uno così farfallone vive solo nel mondo della fantasia.

Scrivi bene” aggiunse Marco “ ed è veramente strano che tu abbia scritto qualcosa su quel fantasma, che poi abbiamo visitato insieme dopo tanto tempo. Sembra che Aloisa abbia guidato le nostre mani e i nostri pensieri”.

Era giunto il momento di alzarsi.

Cap. 42 Cap. 44

Non passava giorno – Cap. 42

Angelo suona la tromba

Il sole era già alto sull’orizzonte quando Laura e Marco aprirono gli occhi dopo il sonno mattutino.

La luce era rimasta sempre accesa ma non aveva impedito loro di dormire diverse ore di un sonno profondo e senza visioni oniriche particolari.

Laura si era svegliata qualche minuto prima di Marco e ne osservava le nudità mentre inalava gli odori senza provare quel senso di vergogna e di colpa che aveva accusato in precedenza. Per lei era tutto naturale adesso, esattamente come bere un bicchiere d’acqua. Non sentiva la spinta irrefrenabile a correre in bagno a togliersi gli umori del rapporto sessuale ma ne provava piacere.

Si domandava quanto a lungo poteva assaporare la vista di Marco, le carezze, i baci. Sapeva che da domani o anche da questa sera forse apparteneva a un’altra, che avrebbe goduto delle sue attenzioni, della sua sensibilità e delicatezza. Laura invece sarebbe stata sola nel letto a rimpiangere le mani, le parole che aveva assaporato in queste lunghe ore trascorse insieme.

Laura cercò di pensare, se esisteva una strada per tenerlo vicino a lei, per potere goderlo nei fine settimana ma dovette desistere, perché non c’erano soluzioni all’altezza dei desideri.

Accontentiamoci di quello che ho avuto in queste ventiquattro ore’ si disse, chiudendo le palpebre che si erano riempite di lacrime. ‘Poi vedremo cosa succederà’.

Marco, aprendo gli occhi, la vide e la strinse con vigore a sé senza dire nulla. Sapeva che le parole non sarebbero uscite oppure non avrebbero avuto la naturale chiarezza di sempre. Quindi era meglio tacere.

Avvertì dentro di sé un vuoto, un senso d’impotenza, domandandosi, perché era venuto. Averla rivista aveva riacceso la fiamma, mai sopita, di un amore tra due anime differenti. Aveva coscienza del conflitto lacerante che gli aveva macerato i pensieri, le azioni negli ultimi mesi della permanenza a Milano. Aveva sperato di chiudere per sempre quel capitolo ma qualcuno era riuscito a fargli riaprire l’armadio dei ricordi. Adesso il fantasma del passato riemergeva dal profondo e gli riproponeva la solita domanda: ‘Cosa fare, dove andare, come agire, chi amare’.

Marco, attento ai pensieri, ai gesti, adesso intuiva le difficoltà nella gestione dei suoi sentimenti verso Laura. Si sentiva come una volpe intrappolata nella tana senza trovare una via di uscita sicura.

Qualsiasi strada presentava aspetti positivi e negativi in ugual misura ma non poteva perdere tempo nel cercare una soluzione, che in otto mesi non aveva rintracciato. Entro poche ore doveva prendere la decisione, se rinunciare a Laura oppure al mondo familiare di Ferrara.

Questi pensieri stavano a indicare che era giunto a un bivio per scegliere il percorso da fare nel futuro. Doveva decidersi se affidarsi ai sentimenti che provava oppure alla sua razionalità. Doveva evitare di contraddirsi, modificando i punti di vista ogni qualvolta qualcuno non era d’accordo.

Laura ricambiava la stretta, perché era combattuta tra il sentimento verso Marco e inseguire i propri sogni professionali. Aveva capito che l’uomo, che stava abbracciando con tanto amore, l’avrebbe resa felice dal punto di vista sentimentale ma era altrettanto conscia che si sarebbe sentita insoddisfatta nel giornaliero.

Il mio è amore puramente fisico oppure esiste quella affinità, che permette la convivenza tra un uomo e una donna?’ si domandò Laura, socchiudendo gli occhi.

Con Marco si sentiva sicura e protetta tanto che riusciva rilassarsi fino a perdere la nozione del tempo e dello spazio. I cinque anni con lui erano stati felici e sereni ma aveva avvertito nel tempo un distacco incerto tra loro, un qualcosa d’indistinto, che non rendeva piena la simbiosi d’intenti e di obiettivi. Aveva percepito come se un muro sottile li dividesse senza capire cosa fosse. Adesso aveva compreso: era la percezione di due mondi paralleli posti su piani non intersecanti. Mondi a cui nessuno dei due avrebbe voluto rinunciare senza ripudiare le proprie intime convinzioni. Volersi bene era anche abdicare da una parte di sé da donare come pegno d’amore all’altro. Tuttavia avvertiva quel pizzico di egoismo che le impediva questo sacrificio.

Sarei capace’ si domandò Laura, ‘di offrire questo dono a Marco? Marco avrebbe capito il senso delle mie rinunce? A parti invertite sarei in grado di fare di comprendere i suoi disagi?’

Domande, ancora domande. Dubbi e incertezze. Laura non trovava una risposta convincente, né percepiva che Marco potesse risolvere gli affanni che la tormentavano.

Marco messosi a sedere con la schiena appoggiata alla spalliera del letto la sistemò appoggiandola al petto e le cinse le spalle. Aveva letto nel pensiero di Laura tutti i crucci e i tormenti che l’assillavano da quando si era svegliata. Dubbi che erano anche suoi. Dunque era venuto il momento di parlarsi con chiarezza sul loro futuro.

Marco non aveva idea né da dove cominciare il discorso, né sul come si sarebbe snodato, ma percepiva la necessità di parlare, di spiegare, di chiarire.

Laura” cominciò Marco cercando le parole adatte, “penso che dobbiamo fare chiarezza nel nostro rapporto”.

Deglutì più volte, cercò di calmare la mente, perché faticava a trovare le frasi giuste. Da quando era arrivato, era successo tutto in fretta, perché si erano abbandonati ai loro sensi, come naufraghi sulla spiaggia deserta, senza pensare ad altro. Le ore passate insieme erano state molto intense e appaganti, senza che rimpiangesse di quanto era avvenuto. Si concentrò sul suo viso.

Quando sono arrivato ieri pomeriggio” esordì Marco, fissando un punto della faccia di Laura, “ho provato la sensazione di un ritorno in un ambiente familiare. La tua presenza, il tuo calore, il tuo volermi bene, la tua gelosia sono state sensazioni tangibili e importanti per me”.

Si fermò di nuovo. Doveva trasmetterle come fosse disorientato e incerto su cosa fare, perché non era certo delle sue intenzioni.

Ma ci riuscirò?’ si chiese Marco, socchiudendo gli occhi. Il cuore gli diceva ‘lascia tutto, torna qui, sta accanto a lei, sposala e sì felice’. Però si domandò, se ne fosse intimamente convinto oppure volesse convincere la parte razionale, che lo spingeva nella direzione opposta. Tuttavia qualcosa gli suggeriva che il suo posto era a Ferrara e non a Milano. ‘Chi dice il vero?’

Marco avvertiva il conflitto lacerante tra l’irrazionale e il razionale, mentre a fatica le parole uscivano dalle labbra.

Volle analizzare per l’ultima volta la questione, che non riusciva a risolvere, scomponendola in parti elementari. Marco disse che sentiva Milano come una città estranea alla sua natura, come la grande matrigna che lo sovrastava, lo schiacciava ed lo opprimeva. Il modo di vivere, di respirare in questa metropoli non gli era congeniale, perché percepiva tensione, stress, frenesia. Lui amava la campagna, ritmi di vita blandi, il contatto fisico con la natura e le persone.

Percepisco” precisò Marco, aggrottando la fronte, “le stesse sensazioni di Narciso quando si specchia nell’acqua. Sicuramente da questo punto di vista mi sento egoista, perché penso in prima battuta soltanto a me stesso, come se gli altri non esistessero”.

Proseguì che avrebbe voluto vivere in un ambiente dai contorni limitati come quello dove era nato e vissuto fino a vent’anni. Si sentiva un provinciale con visioni ristrette, non gli sembrava di essere moderno, globalizzato o cittadino del mondo ma questa era l’essenza della sua natura.

Qui, fra queste quattro mura e con la tua vicinanza fisica e psichica mi sento bene” disse Marco, stringendola ancora più forte. “Ma appena esco, provo disagio e vengo preso dall’ansia, dalla voglia di fuggire lontano”.

Con queste parole Marco interruppe il lungo monologo.

Qualcosa di strano stava ferma nell’aria, gelando l’atmosfera allegra e gaudente, mentre restavano immobili e muti. Il filo del discorso pareva interrotto senza che nessuno cercasse di riannodarlo con un nodo provvisorio e penzolava nel vuoto.

A Laura si inumidirono le ciglia con le lacrime, mentre il cuore batteva tumultuoso e la mente faticava a seguire il ragionamento.

Marco percepì che le sue parole erano state troppo crude, poiché avevano ferito Laura, che sperava di trovare una soluzione al loro problema. Lui sapeva, che, da quando era arrivato, non poteva alimentare speranze, perché il risveglio sarebbe stato rovinoso per entrambi. Sollecitò Laura a parlare ma un groppo alla gola le impedì di fare uscire dalla bocca dei suoni articolati. Marco aveva cognizione che il suo discorso era troppo improntato al proprio ego. Il paragone con Narciso, il senso di disagio a Milano erano troppo personali. Non aveva manifestato nessun afflato d’amore verso di lei, come se fosse stata un’estranea e non la compagna per cinque anni.

Laura aveva compreso che Marco stava indossando la corazza per superare la voglia di resistere con la forza al dolore che provava internamente.

Lei percepiva nelle sue parole l’esistenza di sola attrazione fisica e non la costruzione di legami duraturi per edificare la casa da condividere. Avvertiva la passione e non la decisione verso progetti comuni, un qualcosa che trascendeva il razionale. Però intuiva che la loro felicità dipendeva dalla direzione del loro amore e dalle risposte ai loro dubbi.

Cosa desiderava lei veramente. Seguire l’istinto o la ragione? Il nocciolo del problema continuava a ruotare intorno a queste domande.

Erano proprio le incongruenze tra le idee del giusto e dello sbagliato, sulla direzione da intraprendere verso l’amore oppure verso il desiderio, che non corrispondevano alle sue scelte di vita. Lei sentiva una forte attrazione verso Marco, rendendosi disponibile sessualmente. Forse non era innamorata ma semplicemente attratta per una misteriosa combinazione che complottava contro la sua psiche. Laura taceva, mentre Marco la stringeva a sé con delicatezza e forza allo stesso tempo in attesa di sentire la sua voce.

Considerato il suo silenzio, Marco capì che adesso era proprio finito il loro amore, sepolto sotto le parole appena pronunciate. Si chiese, se dovesse aggiungere qualcosa ma l’istinto gli dettò di stare zitto.

Sbirciò l’orologio, che segnava già mezzogiorno, e ritenne che doveva alzarsi per preparare il ritorno a Ferrara. Il distacco definitivo si era consumato in modo irreparabile.

Laura continuò a piangere in silenzio, come per liberare tutto quello che aveva represso in questi otto mesi di lontananza. Si rendeva conto che quello che aveva desiderato durante il periodo della loro separazione non funzionava. Era giunto il momento di ritornare alla normalità, a rapportarsi con il mondo intorno a lei, a essere se stessa per non cadere in un’altra crisi. Laura aveva compreso che Marco non poteva essere l’uomo, che cercava o desiderava. Marco non era disponibile a condividere gli anni futuri con lei. Era stato piacevole trascorrere con lui questa giornata, perché Marco le aveva estratto dal subconscio tutte le frustrazioni e le problematiche dell’adolescenza, che aveva pensato ingenuamente di seppellire nell’oblio. Non si sentiva ancora guarita del tutto ma la strada era stata tracciata e bastava seguirla per uscire dalle secche in cui si era impigliata per troppi anni.

Da queste consapevolezze traeva l’insegnamento che sarebbe stata male nei prossimi giorni ma le avrebbe dato la forza per superare le paure interne. Avrebbe chiuso un periodo della sua vita, bello e inebriante, e avrebbe ricominciato a cercare l’uomo che idealmente vagheggiava.

Laura doveva iniziare da subito a dare una svolta alla sua vita, gettando dietro di sé fantasmi e paure, gioie passate e desideri inespressi senza rimpianti. Doveva pensare da questo momento a Marco non più come un amico a cui poteva confidare le sue preoccupazioni o da cui poteva ascoltare osservazioni e riflessioni ma un estraneo da dimenticare definitivamente.

Marco” sussurrò Laura con la voce rotta dall’emozione e dal pianto, “quando ti ho chiamato ieri stavo leggendo un vecchio testo, una specie di fiaba, scritta tanti anni fa. Parlava di uno scoiattolo che incontrava il fantasma Aloisa. Ti ricordi l’ultima gita a Grazzano Visconti?”

Marco sollevò la testa e sorrise. “Credo che il destino non sia cieco. Mentre tu leggevi la fiaba, io guardavo le istantanee fatte quel giorno. Le ho con me. La fiaba possiamo leggerla insieme?”

Si” rispose Laura e allungò una mano per prendere i fogli stropicciati e logori, prima di risistemarsi su di lui.

Cap. 41 Cap. 43

Non passava giorno – Cap. 41

foto personale

foto personale

Un qualcosa d’insistente e modulato proveniva da lontano. Matteo, che stava sognando mondi incantati, tenendo abbracciata Sofia, sembrò infastidito da quel suono che non riusciva a decifrare. Si girò ma non aveva pace, perché quella melodia continuava. Aveva ancora sonno dopo le fatiche della notte. Ignorò il disturbo sonoro e riprese a dormire.

La tranquillità della stanza riprese il sopravvento, quando quel rumore smise. Il silenzio era pronto a essere interrotto ancora una volta, perché quel suono cacofonico non voleva rispettare la volontà di Matteo.

Riprese più ossessionante di prima senza che Matteo riuscisse a localizzarlo in un punto preciso della casa. Matteo aprì un occhio, mentre l’altro ostinatamente non volle obbedire al comando del pensiero e restò chiuso. Cercò di concentrare la mente o quel poco che si era svegliata per individuarne la provenienza e farlo smettere.

Nulla. Non riuscì a determinare la sorgente e imprecò a bassa voce, mentre Sofia continuava tranquilla il sogno senza ascoltare quella litania di note che invadevano la stanza.

Matteo cominciò a innervosirsi perché metà corpo desiderava restare in pace senza avere alcuna intenzione di seguire l’altra.

Da dove viene ‘sto cazzo di musica?” disse stizzito. Però la mente lentamente stava slegandosi dai lacci nei quali la stanchezza e il sonno l’avevano incatenata, e cominciava a fare due più due uguale a quattro.

Cazzo!” imprecò Matteo, aprendo gli occhi arrabbiati. “È il mio telefono che suona! Chi è quello scimunito che mi chiama all’alba?”

Con delicatezza si sfilò dal corpo di Sofia, che mugugnò qualche frase sconnessa, mentre si sistemava al meglio, essendo venuto meno il sostegno di Matteo.

A piedi nudi e senza nulla, o quasi, indosso andò alla ricerca dei vestiti, mentre imprecava e malediva quel imbecille che ostinatamente voleva parlare con lui.

Pronto” disse con voce neutra e contratta dalla stanchezza ma riconobbe quasi subito il timbro vocale di Paolo e l’aggredì furioso “Che ti salta in mente di svegliarmi nel cuore della notte? Chiama quando il sole si è levato” e chiuse la comunicazione.

Borbottando e imprecando, inciampò in un paio di scarpe non viste, mentre tentava di raggiungere il letto senza troppi rumori. Gli sfuggì un’imprecazione colorita, massaggiandosi l’alluce ammaccato.

Non poteva aspettare che mi fossi alzato?’ si disse irritato mentre si rannicchiava accanto a Sofia, che pacifica continuava a dormire.

Agnese si sentiva spossata, stanca per uscire in bicicletta ma non voleva rinunciarvi. Le serviva per scaricare le tossine accumulate durante il sonno, che aveva avuto effetti opposti a quelli sperati.

Era una bella giornata di aprile soleggiata ma fresca, l’ideale per una pedalata salutare. Se fosse stata in compagnia sudore e fatica, non si sarebbero fatte sentire ma non era così. Doveva pazientare fino a domani, almeno sperava, per avere un compagno di avventura. ‘Oggi mi accontenterò del Ipod e dei miei pensieri’ si disse uscendo di casa. ‘Quello sarà il mio doping psicologico’.

Si era imposta di tornare per mezzogiorno, perché nel pomeriggio voleva dedicarsi allo shopping più volte rimandato.

Indossata la tuta invernale da ciclista, perché sudore e freddo non andavano per niente d’accordo. Sapeva che tra non molto avrebbe iniziato a sudare.

Ascoltando la playlist, proposta dal Ipod, chiacchierava con un invisibile compagno, che pigiava sui pedali con uguale vigore accanto a lei.

Sentiva l’aria sferzarle il viso. Sembrava più fredda di quella che in realtà era ma contribuì a svegliarla completamente. Sotto la tuta il sudore appiccicava alla pelle gli indumenti. Era tentata di aprire la zip per dare refrigerio al corpo ma si trattene. In piena estate con la calura insopportabile, Agnese avrebbe potuto aprire la cerniera senza problemi ma oggi sarebbe stato un ottimo sistema per un colpo di freddo o una bronchite.

La playlist del Ipod sparava nelle orecchie delle canzoni di molti anni prima, quando lei non era ancora nata. Le aveva scoperte per caso in ufficio da una collega più anziana.

Non sono una signora’ della Bertè oppure ‘La bambola’ di Patty Pravo o ancora ‘La gatta’ di Gino Paoli erano in cima alle sue nuove preferenze. Fino a sei mesi prima ignorava la loro esistenza. Per lei c’erano solo le note dure dei Metallica o di certe band dal rock molto hard. Una mattina Gina, la collega, che veleggiava tranquilla verso la pensione, mise nel lettore un CD con le più belle canzoni degli anni settanta e ottanta. Scoprì che nel panorama musicale c’erano anche altre canzoni oltre a quelle che di solito ascoltava. Rimasta entusiasta, decise di caricare lo Ipod con quelle note ricche di melodie dolci.

Pedalando di buona lena, cominciò a discutere con l’ipotetico compagno di viaggio sugli acquisti del pomeriggio. Aveva intenzione di comprarsi un vestito, una gonna, un paio di jeans e una camicetta. Indecisa su tutto dal colore alla marca, il compagno le domandò, se poteva permettersi la spesa. “Sei impertinente” sbottò, anche se la domanda era corretta. Le sue finanze non godevano buona salute, adesso che il mutuo era tutto suo.

Ti chiedo un consiglio sui colori” disse, guardandolo con occhi di fuoco. “Non dei dubbi sulle capacità finanziarie”.

Lui, trasparente come l’aria, non rispondeva come voleva Agnese. Questo la innervosì non poco.

Non puoi suggerirmi il rosso!” fece stizzita “Lo sai che non lo sopporto”. Nuova risposta fuori tono.

È meglio un colore pastello per il vestito oppure un blu?” gli domandò. Nuovi borbottii che Agnese non gradi.

La gonna? Marrone” disse il compagno immaginario.

No, non hai capito nulla” esclamò Agnese. “La voglio nera e liscia, lunga fino al ginocchio”.

La camicetta come la preferisci?” continuò il compagno.

Non ho molte preferenze” fece Agnese, distendendo il lineamenti del viso. “Su quella non ho ancora deciso. Jeans o pantaloni? Meglio i pantaloni. Ma ci penserò”.

Guardò l’orologio e imprecò, perché si era fatto tardi rispetto alla tabella di marcia. Salutato il compagno, che proseguì, e girata la bicicletta, si diresse verso casa.

Dopo una doccia calda per eliminare il sudore si preparò il pranzo, prima di recarsi in città.

Marco e Laura avevano parlato dal pomeriggio fino a notte inoltrata ma adesso dormivano tranquilli.

I fantasmi, che si erano aggirati intorno a loro, erano stati scacciati con le loro confessioni. Avevano discusso della scenata di gelosia e del bacio saffico con Sofia. Avevano concluso che non doveva preoccuparsi.

Non deve creare un senso di colpa il bacio” aveva detto Marco, “perché è il frutto di un’esaltazione momentanea”.

Ma la scenata di gelosia?” aveva chiesto Laura.

È nella norma” aveva risposto Marco, “perché mi hai visto, mentre mi strusciavo con la tua migliore amica. Quale donna innamorata potrebbe accettare senza reazione un simile spettacolo? Nessuna”.

Più complesso era stato dipanare il senso del bacio e del toccarsi fra donne. La discussione era diventata animata tra un bacio, una carezza e un rapporto sessuale. Per Marco era stato un fatto occasionale legato all’emozione del loro incontro. “Sì” aveva detto. “Convengo che ti ha dato sensazioni intense e inaspettate”.

Laura non era convinta della casualità dell’effetto erotico e aveva manifestato con vigore le sue perplessità. “Qualcosa mi suggerisce” aveva affermato, ”che, se capita di nuovo, mi lascerò trasportare con maggiore passione”.

Marco aveva riso a queste sue affermazioni, senza che questo l’avesse rassicurata. Le chiese, se questo desiderio avesse guidato i suoi comportamenti, se lei si fosse sentita angosciata per l’atteggiamento tenuto, se avesse pensato di sperimentare questa parte della sua sessualità per ripetere l’esperienza.

Laura era rimasta senza parole, né aveva saputo come e cosa rispondere. Queste argomentazioni l’avevano indotta a riflettere sul modo di intendere il sesso. Aveva percepito in maniera confusa che esistesse un collegamento con le fobie, che loro avevano esplorato in precedenza.

Marco aveva intuito che altre paure in qualche modo la frenavano nel rapporto sessuale, anche se non riusciva a percepirne i contorni. Laura aveva capito che doveva costruire la propria sessualità, partendo dalle riflessioni sui sensi di colpa. Doveva scoprire quali contraddizioni agivano da freno al fine di trovare la soluzione ai suoi problemi.

Era mattina, quando la stanchezza cominciò a fare capolino nelle loro menti. I loro corpi decisero di concedersi un meritato riposo. Laura stava parzialmente su Marco, che la cingevano in atteggiamento protettivo.

Paolo era entrato in crisi, quando Matteo gli aveva chiuso la conversazione. Si era sentito tradito, perché l’amico aveva risposto in modo non cortese. Guardò sconsolato il telefono, prima di decidere di farsi una doccia calda per eliminare la tensione accumulata.

Doveva meditare su di lui, su Laura, sul suo futuro. Mille pensieri entravano con furia nella mente senza che riuscisse a coordinarli.

Perché mi sono ridotto in questo stato?’ si domandò scuro in volto, sorseggiando il caffè ‘Non mi riconosco. Sembro andato via di testa oppure essere regredito nell’età!’

Capì solo adesso, quanto fosse stato impaziente, sapendo che l’amico aveva passato la notte con Sofia. Di sicuro Matteo non aveva contato le pecore per addormentarsi.

Paolo provava invidia, perché Matteo aveva trovato subito feeling con Sofia, al contrario di lui. Guardò con malinconia mista a rabbia il telefono che rimaneva muto e silenzioso, preparandosi a uscire per recarsi in ufficio.

Quella mattina era in anticipo rispetto alle sue abitudini ma non aveva senso trattenersi ancora. Una folata di vento gelido e carico di smog lo accolse, mentre il corpo rabbrividiva per il freddo. Incerto se prendere un mezzo pubblico o l’auto, camminò insieme a una folla anonima e frettolosa ancora intorpidita dalla veglia mattutina.

Le gambe l’avevano condotto all’autorimessa. dove era parcheggiata l’auto. Si stupì ma forse i pensieri e i dubbi, che affollavano la mente, l’avevano distratto da non capacitarsi dove avesse girovagato da quando era uscito.

Cominciò a preoccuparsi della sua salute mentale, mentre avviava il motore. Al momento non era in grado di gestire i dettagli di un lavorio intellettuale complesso.

Cap. 40 Cap. 42

Non passava giorno – Cap. 40

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Agnese era stremata, quando riemerse dal sonno agitato, pieno d’incubi sgradevoli e di sogni piacevoli.

Apri gli occhi impastati dal lungo dormire, chiedendosi se il sole fosse già sorto o stesse sorgendo, poiché dalle imposte filtrava una timida lama di luce che fendeva le pareti.

Sperava che una bella giornata le avrebbe consentito di fare un giro in bicicletta col vento fresco in faccia. Ne avvertiva la necessità, dopo avere trascorso il giorno precedente in tensione per quello che le avrebbe riservato il futuro.

Lo stress per la lunga contesa con Giulio, risolta positivamente da poco, le faceva percepire tutta la stanchezza accumulata negli ultimi mesi. Poi c’era il timore di udire la voce di Marco, che le annunciava che rinunciava a uscire con lei. Sarebbe stato il colpo di grazia.

Questi pensieri la deprimeva ma riascoltando con la mente la telefonata del giorno prima, l’intuito femminile le suggeriva che Marco avrebbe mantenuto la promessa. Tuttavia non si sentiva tranquilla, perché aleggiava dentro di lei la paura di essere stata ingannata dall’intuizione.

I pensieri discordanti avrebbero potuto produrre effetti opposti, ai quali avrebbe dovuto prestare attenzione. Da un lato incoraggiavano un comportamento prudente e negativo, dall’altro le emozioni acquistavano un impeto al quale sarebbe stato difficile resistere col rischio di cocenti delusioni.

È meglio alzarsi e pensare ad altro’ si disse, mentre lo stomaco reclamava qualcosa per saziare la fame, ‘piuttosto che rimanere nel letto a rimuginare su timori e speranze’.

Si affacciò sulla finestra della cucina, osservando come il sole illuminava il giardino di sbieco. Sottili ombre, quasi fossero modelle in sfilata sulla passerella, si allungavano sul prato e sul muro. Respirò rumorosamente, mentre si stiracchiò e pensò: ‘Mi devo sbrigare, se voglio essere di ritorno per mezzogiorno, pronta per un pomeriggio di shopping’.

Aveva intenzione andare in città per un acquisto rimandato più volte ma diventato urgente come il desiderio d’incontrare Marco.

Lasciata la finestra aperta, preparò il caffè, che l’avrebbe svegliata completamente e poi via di corsa in bicicletta.

Paolo aprì gli occhi con le mani intorpidite e si domandò perché fosse sulla scrivania a dormire anziché nel letto. Era turbato, vedendo le luci accese e lo screensaver attivo. Non ricordava nulla della notte o meglio di come l’aveva passata. Osservava le immagini scorrere, dissolversi, salire e discendere in un caleidoscopio di forme che apparivano e sparivano.

La notte stellata’ gli comparve innanzi gli occhi ancora gonfi di sonno. Era il quadro di Van Gogh che gli piaceva di più in assoluto. Gli suscitava inquietudine e commozione vedere quelle pennellate di nero e di blu notte interrotte da macchie di colore giallo, che sembravano muoversi, animarsi sotto la spinta della fantasia. Ogni volta si ripeteva la magia: si fermava incantato a guardare.

Aveva dimenticato nel sonno mattutino le inquietudini della sera, Laura e i tormenti dell’amore.

Cosa faccio di fronte al computer?’ si disse, aggrottando la fronte. ‘Perché non sono a letto?’ Era simile al viandante che, dopo aver camminato tutta la notte, rimaneva abbagliato dal sorgere del sole.

Non ricordava quali attività avesse svolto prima di addormentarsi davanti al computer. Forse aveva letto la posta oppure no. Forse aveva navigato alla ricerca di qualcosa che non rammentava. Poi riemerse dalle nebbie del non ricordo, mentre uno alla volta gli tornarono alla mente tutti i pensieri che l’avevano accompagnato dal giorno precedente. Capì che doveva mantenere in equilibrio sogno e realtà. Il sogno era conquistare l’amore di Laura, la realtà era che lei si negava. Non reputava facile conciliare questi aspetti che erano in antitesi tra loro.

Guardò l’orologio e decise che era giunta l’ora di dare la sveglia a Matteo.

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Non passava giorno – cap. 39

Foto personale

Foto personale

Sofia e Matteo stanchi ma appagati intuirono che tra loro c’era qualcosa che andava ben oltre il rapporto fisico.

Sofia, dicevi che da Laura hai provato qualcosa d’inaspettato. Cosa è stato?” chiese Matteo con la voce leggermente in affanno.

Non so da dove cominciare,” rispose stringendosi ancora di più a lui “mi sento confusa. Proverò a raccontare”.

Sofia iniziò il racconto della serata a casa di Laura. Marco, il suo ex, era comparso all’improvviso e inaspettatamente e l’aveva salutata con un bacio sulle labbra, che le aveva fatto perdere la testa.

A dire il vero, non è stato il primo da quando l’ho conosciuto. Sei anni fa. Ma quello ha avuto il potere di scatenare dentro di me una libido del tutto imprevedibile e incontrollabile”.

Sofia cercò di spiegare il messaggio erotico, che aveva percepito. Una sensazione, che non riusciva a descrivere compiutamente.

Non essere geloso, Matteo!” aggiunse seria, perché aveva notato che i suoi muscoli si erano contratti all’improvviso.

Non essere geloso!” ripeté Sofia con vigore, prima di riprendere il discorso.

Non aveva mai provato nulla per Marco ma nemmeno lui aveva dimostrato interessamento nei suoi confronti.

Per me è stata una reazione puramente ormonale” disse Sofia, mentre si stringeva a Matteo. “Che avessi gli ormoni in subbuglio, questo era pacifico. Infatti, quando Laura dopo una violenta scenata di gelosia mi ha dato un bacio pacificatore, ho percepito la necessità di toccarla, di baciarla. Ma quello che mi ha messo in apprensione, è stato il piacere intenso che ho provato nel fare questo”.

Sofia rivide la scena del contatto con Laura.

Ho percepito” continuò la ragazza, avvertendo un brivido lungo la schiena, “che la presenza di Marco non aveva nessuna importanza. L’istante, durante il quale ho messo la mano sul suo sesso, è un ricordo nitido. Ancora adesso provo un piacere inaspettato e mai provato prima”.

Matteo si distaccò da Sofia nell’ascoltare le sue parole.

In quel momento ho sentito la necessità di avere il contatto fisico con un’altra donna” proseguì Sofia nel rievocare quelle sensazioni, ignorando le reazioni di Matteo. “Marco ha intuito che l’atmosfera era diventata torbida ma è stato in grado con molta abilità di spezzarla”.

Ma poi?” chiese Matteo, che si era rilassato dopo l’istintivo irrigidimento iniziale.

Nulla” rispose Sofia. “Il resto della serata è filato liscio senza altri incidenti sessuali, in allegria. Ora ho un peso nella mente. Posso amare un’altra donna o desiderare avere con lei un rapporto?”

Matteo rimase in silenzio, come se non avesse argomenti da illustrare, mentre a Sofia il dubbio era rimasto. In una qualche misura gli avvenimenti della serata avevano lasciato un segno tangibile dentro di lei, anche se provava un senso di sollievo per essere riuscita a parlarne con Matteo.

Dopo un primo accenno di gelosia, Matteo si era rilassato nell’ascoltare quella confessione appassionata e sincera.

L’ex di Laura è da lei?” domandò Matteo incredulo ma interessato. “Avevo capito che fosse scappato al suo paesello. Forse ci ha ripensato?”

No” replicò Sofia, “nessun ripensamento. Glielo ho chiesto esplicitamente. Ti posso assicurare che oggi tornerà a Ferrara. Difficilmente lo vedremmo a Milano”.

Dopo una breve pausa per baciare Matteo, Sofia riprese il suo racconto.

Marco” proseguì Sofia, “ama troppo il suo mondo provinciale e ristretto per adattarsi ai ritmi di Milano. Non riuscirebbe a reggere lo stress”.

Ma Laura potrebbe trasferirsi a Ferrara” argomentò Matteo, che era deciso a conoscere a fondo tutta la situazione.

Non ti preoccupare” replicò Sofia, che aveva intuito il motivo del suo interessamento. “Laura non si trasferirà mai a Ferrara. Per lei significherebbe una regressione sia professionale che personale. Non credo che Marco farà nulla per convincerla, perché ha troppo rispetto e affetto per insistere”.

Pensi” le chiese Matteo, “che Laura dimenticherà Marco?”

Non saprei” rispose Sofia. “Personalmente dubito che Laura riuscirà in futuro a sostituirlo con un altro uomo. Salvo che non abbia le stesse attenzioni e la sensibilità di Marco”.

Matteo stava per chiedere ancora qualcosa, quando Sofia lo gelò con lo sguardo.

Ti ho posto una domanda inerente a me” disse un po’ scocciata Sofia da quella lunga divagazione fuori programma. “Non intendevo discutere su Laura e Marco”.

Matteo, che non aveva nessuna spiegazione psicologica sul comportamento di Sofia, liquidò in fretta l’argomento.

Forse sei stata colta alla sprovvista da quel bacio, quando le tue difese erano più vulnerabili” le disse Matteo, soddisfatto per le informazioni ricevute. “Hai provato un piacere effimero, passeggero, visto il fuoco che hai!”

L’abbracciò ridendo.

Sofia non ritenne sufficiente la risposta ma preferì non insistere. Aveva compreso che con Matteo non sarebbe stato in grado di portare avanti la riflessione sul suo comportamento da Laura.

Si abbandonò tra le sue braccia

Ne parlerò con Laura o con Marco, se lo rivedo prima della partenza’ pensò Sofia, abbracciando con passione Matteo.

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